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La catena del valore nella traduzione - Welcome to the Translation Party

By Andrea Bonazza | Published  03/1/2010 | Business of Translation and Interpreting | Recommendation:
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Author:
Andrea Bonazza
Italy
English to Italian translator
 
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Partecipare a grossi progetti di traduzione è fantastico. È come una festa, si incontrano tante persone nuove. Si fanno nuove conoscenze. Generalmente queste persone però non si fanno chiamare per nome, ma con un acronimo, che quasi sempre suona molto bene. L’ultima volta ho conosciuto un LS (Language Specialist), un LC (Language Coordinator), due PM (Project Manager), un MR (Main Reviewer), una TL (Team Lead) e tanti altri professionisti di cui ora non ricordo il CDCFSC, ma che mi hanno assicurato essere tutti molto interessati al mio lavoro.
Benissimo, mi sono detto, in questo progetto sarò assistito da tanti amici, pronti a darmi una mano nel risolvere le tante insidie che accompagnano generalmente una traduzione tecnica: traduco o non traduco? È un errore nel source o veramente questi scrivono così? Quale scelgo fra le 13 versioni di “line item” che mi suggerisce la memoria? Come si utilizza questo nuovo tool che ho dovuto installare per questo progetto?
Infatti, anche questa volta, mi confermano, il testo è scritto molto male, è una specie di bozza, e quindi dovrà essere migliorato con la traduzione, però il traduttore dovrà fare uso della propria esperienza e professionalità per risolvere gli eventuali problemi, perché non garantiamo l’evasione di tutte le richieste di chiarimento. Non c’è tempo. Il DTP non attende, non facciamo come l’ultima volta, ricordate, quando abbiamo fatto arrabbiare il DTP!!??
È andato a parlare con il CIO della TA che non ci ha pensato su due volte: ha mandato il responsabile HR davanti al tribunale del CEO, con lavate di testa per tutti i PM ecc. ecc.
Sì, a volte queste feste si guastano. E la colpa è quasi sempre dei traduttori.
Loro, le sigle, sono le colonne portanti del métier, sono quelli con una professionalità che si manifesta in report, stampati, cifre, tabulati, capitoli che si aprono e che si chiudono.
Per non parlare di chi sta a monte, dei commerciali! Quello è tutto un altro mondo. Lì si parla di business....centinaia di migliaia di parole...strette di mano...calorose pacche sulle spalle...che partner che abbiamo trovato...gradisce un sigaro?
Sembra tutto quadrato, un ingranaggio perfetto. Sennonché queste benedette parole bisogna pur tradurle. Ecco il mal di pancia. La variabile di cui non si vuol nemmeno parlare. La rogna, la noia, la rottura, il lamento. La traduzione.
Ebbene sì, frequentando questi TP (Translation Parties) si avverte questo strisciante fastidio, quasi questo senso di insofferenza per tutto quello che non è così quadratamente gestito dalle “sigle”: la traduzione.
Aprite la prima stringa del testo da tradurre e questo magico mondo scompare, “gli amici se ne vanno”, diceva la canzone, e voi rimanete soli, davanti a quelle parole buttate giù da una persona con scarso amore per l’umanità, costretta spesso a scrivere in una lingua che non è la sua, di cose che non le piacciono, con gli occhi costantemente rivolti all’orologio in attesa delle 17.00 per uscire dal mondo dei “Click on” e rimettere piede sulla Terra.
Siete soli, con la vostra pazienza, la vostra esperienza, i vostri automatismi, le vostre sinapsi. A chi interessa entrare nelle vostre sinapsi? Perché, sia chiaro, al di là dei dizionari, dei glossari, delle memorie, di Google - ma anche proprio per gestire, orchestrare in un continuum coerente tutti i dati dei dizionari, glossari, memorie, riscontri di Google - al di là e al di qua di tutto questo occorre un lavorio frenetico e ad altissima frequenza di terminazioni nervose.
Angoli reconditi della vostra memoria, anni e anni di universi linguistici plurilingui sedimentati nelle pieghe del cervello. Perché voi, a differenza delle sigle, traducete tutto il giorno, tutti i giorni, e lo fate da anni! Lo fate attraverso l’ascolto attivo, la curiosità per ogni fonema che vi circonda. Il traduttore ha sempre il tasto “Rec.” premuto. E tutto questo patrimonio di conoscenze interno, endofasico direbbe il linguista, emerge, si attiva e si integra al materiale esterno, dando spessore, brillantezza, fruibilità, leggibilità, scorrevolezza a un testo.
È un sapere difficilmente codificabile, ma è proprio questo, in ultima analisi, che ci consente di dare un senso a quelle centinaia di migliaia di parole che riempiono le tabelle Excel degli uomini sigla e che fanno brillare gli occhi dei commerciali.
È questo intreccio di competenza professionale e di rispetto per il fruitore del testo - che molto spesso l’estensore originale non ha – che ci permette di restituire o dare per la prima volta una dimensione comunicativa ad un testo altrimenti destinato a non varcare mai le soglie della comprensione.
Non si tratta di negare l’importanza del ruolo del commerciale (senza quell’occhio che brilla saremmo tutti costretti a fare altro, su questo non ci piove) o delle “sigle” nella catena del valore della traduzione.
Si tratta semplicemente di prestare orecchio più attentamente e con maggiore rispetto alle istanze dell’ultimo anello di questa catena e di ridare maggiore centralità al ruolo del traduttore.


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